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L’evoluzione del videogiocare come eravamo e cosa ci aspetta

evoluzione del videogiocare

A meno di un trimestre dalla fine del 2013, eccoci a riflettere su una serie di concetti legati al mondo videoludico.

Che la grafica sia divenuta una componente molto più importante rispetto al passato è ormai risaputo, non parlerò di questo: vorrei invece dedicare qualche attimo dell’attenzione di chi legge ad un pensiero diverso. Avete mai avuto un criterio d’acquisto nei confronti di un titolo?

Potrei elencarne diversi che si adattano al mio stile di gioco e, per estensione, di pensiero: il rapporto ore di gioco/costo è uno di questi.

Non nascondo che l’ultimo capitolo della serie di Fire Emblem non sia stato tra i più apprezzati dal sottoscritto e nonostante questo ho speso circa 375 ore di gioco nel voler capire cosa esattamente non mi piacesse, fin dove i DLC potevano incrementare il divertimento di un’esperienza di gioco di base piuttosto blanda e lasciata ad un livello di pensiero basso, dare un senso ai 40 e rotti euro del D1. Gli sviluppatori hanno deciso di inserire tutto quello che non hanno mai osato proporre in questo titolo, che potrebbe anche essere l’ultimo della serie. Una valanga di novità la troveremo nei prossimi due titoli della serie Pokémon e per quanto le meccaniche strategiche di Etrian Odyssey siano presenti anche nel quarto capitolo, non credo mi fosse mai capitato prima d’ora di non morire fino all’incontro con un superboss. Varietà, ampia scelta di elementi talvolta inediti che in molti casi coincide con un abbassamento della curva di difficoltà nel gioco: ma la difficoltà serve a qualcosa? Come riesce un titolo come Animal Crossing ad intrattenere per centinaia di ore grazie ad un sistema al quale si potrebbe criticare (in modo errato, con approccio inesperto) la ripetitività? Ne consegue che interpretare in modo esatto in cosa stia evolvendo l’industria videoludica è forse impossibile: tante le scuole di pensiero, come quella di Rockstar che per dare forza al proprio GTA V ha puntato moderatamente all’innovazione senza stravolgere i canoni di una serie che è amata per quello che ha sempre portato nelle case dei videogiocatori di tutto il mondo, un sandbox che si lasci giocare.

Fenomeni come le petizioni, prima visti in chiave utopica in quanto l’azienda sviluppatrice era inarrivabile in assenza di un potente mezzo di comunicazione come internet, sono ora all’ordine del giorno: una chiacchierata con lo storico producer di quella serie, uno scambio di tweet con il compositore della colonna sonora di quei progetti lì. Il senso di coinvolgimento dell’utente medio nell’ambito lavorativo/artistico è pregevole e apre la strada ad una serie di possibilità in cui il pubblico gioca ciò che immagina, quello che vorrebbe, è il vento che suggerisce quale melodia mettere per iscritto a chi di dovere. L’interattività è probabilmente l’unico elemento di cui si ha certezza in questi anni: si sta cercando di dare piena capacità di opinione ad appassionati che condividono l’amore per il passatempo e che da esso sono accomunati, siano essi programmatori o lavavetri. A cosa ci porterà un mondo in continua evoluzione che procede su questo cammino? Alcune preoccupazioni, tanta speranza.

 

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